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La struttura dell'immaginativo umano - Mircea Arman

E' con piacere che pubblico la prefazione di un libro molto interessante e importante, la cui lettura consiglio a tutti, appassionati di filosofia e non. Il libro, tradotto in italiano da Cristian Alexandru Damian, è stato pubblicato nel 2021 da Morlacchi e lo potete acquistare qui.


L'autore


Mircea Arman è nato nel 1963 in Cluj-Napoca, Romania.

È stato discepolo del grande logico rumeno Anton Dumitriu. Ha pubblicato: Poesia come verità e autenticità, una ricerca fenomenologica (2002); Sul divino, poetico e filosofico nel pensiero preplatonico (2004); Una storia critica della metafisica occidentale, I, II; Metafisica greca (2013), libro per il quale ha ricevuto il premio “Ion Petrovici” dellʼAccademia della Romania; e molti altri libri.

Ha tradotto insieme con Dorin Gabriel Tilinca: Martin Heidegger, Essere e Tempo. È stato Professore Associato allʼUniversità “Babeș-Bolyai”, Cluj-Napoca. È direttore e redattore-capo della Rivista Tribuna di Cluj-Napoca, Romania.



Il libro "La struttura dell'immaginativo umano" si è aggiudicato il premio Miglior libro straniero dell'anno 2021 conferito da Morlacchi editore. Trovate la pagina ad esso dedicata nel loro sito.



Ringrazio l'autore, Mircea Arman, per darmi la possibilità di pubblicare l'intera prefazione scritta da Gaetano Mollo.


Buona lettura!



Prefazione


I


Questa è un’epoca che ci sta ponendo il problema della stessa permanenza dell’umanità in questa splendida Terra. I problemi sono diventati planetari e richiedono la consapevolezza da parte di tutta la collettività umana.

Serve a questo potersi volgere intelligentemente indietro, per guardare con speranza avanti. Perciò è utile rivedere quello sguardo sul mondo, che gli antichi greci hanno lanciato per primi, ponendosi le domande sull’essenza del cosmo e dell’essere umano. A questo mira questo rilevante libro di Mircea Arman: La struttura dell’immaginativo umano.

Va tenuta presente, innanzitutto, la fondamentale distinzione che l’Autore opera fra il concetto di “immaginazione” e quello di “immaginativo”. Sostiene, per questo, che, “a differenza della nota d’irrazionalità, che la nozione d’immaginazione contiene, l’immaginativo acquista un valore di possibilità razionale, quale facoltà specifica dell’intelletto di creare mondi possibili”.

La tesi sostenuta è che “solamente l’immaginativo sia quella facoltà umana, capace di creare non solo un’opera d’arte, ma anche un mondo in sé, visto da una prospettiva implicitamente razionale”.

Pertanto, a differenza della nota d’irrazionalità, che la nozione di immaginazione contiene, l’immaginativo rappresenta un valore di possibilità razionale, quale facoltà specifica dell’intelletto di creare possibili mondi. L’uomo cambia il mondo, lo plasma, gli dà valore solamente grazie a questa speciale “capacità immaginativa”, che rende possibile il mondo in quanto tale.


II


Mircea Arman ci aiuta a considerare che “il principale oggetto del conoscere non deve essere tanto il fenomeno esterno, ossia la realtà nella sua contingenza, ma il fenomeno ricostruito a livello della soggettività, che è l’immaginativo poetico”.

Partendo da tale assunto – che l’Autore presenta attraverso una articolata e dettagliata rassegna, dai pensatori presocratici sino a Platone e Aristotele – viene prospettata la dimensione del “immaginativo poetico razionale aprioristico”, come relazione originaria con la sacralità della vita e col divino. Si tratta della possibilità di ricreare la realtà dell’Essere attraverso l’immaginativo, che è “agente”, in quanto facoltà umana capace di ideare “mondi possibili”, il cui senso razionale è sia implicito sia esplicito. Questa è la funzione e il privilegio dei poeti: “il poeta ricrea il mondo e gli attribuisce un valore”.

E’ da tale creazione poetica del mondo, che Mircea Arman prospetta la possibilità di cambiarlo, in forza della capacità ordinatrice dell’intuizione immaginativa, relativa a ciò che può illuminare il significato dei fenomeni. In tal senso, non si tratta di ciò che intendiamo per immaginazione o con il concetto dell’immaginario.

L’analisi proposta è quella che vede la filosofia sorgere dal pensiero di Platone e Aristotele, dopo un lungo e denso periodo di visioni poetiche, in cui la stessa “partecipazione ai misteri non era altro che contemplazione (theoria). L’Autore ricorda che, per lo stesso Aristotele, la natura umana è dotata di un “intelletto poetico”, che è immutabile, eterno e indistruttibile.

Una delle tesi di partenza di Arman è che “il nulla non poteva essere l’oggetto delle ricerche filosofiche antiche e che la verità è identica all’essere”. E’ da tale identità di verità ed essere che si può superare la contrapposizione fra l’oggettivismo e il soggettivismo. La realtà non è semplicemente l’oggetto del pensiero né l’insieme delle infinite opinioni. La realtà è sempre data dalla relazione che l’uomo costituisce con il mondo, con gli altri e essenzialmente con se stessi. Per questo, l’Autore sostiene che “la realtà esiste solo nella ri-creazione soggettiva”.


III


La realtà non è soltanto “di fronte” a noi e neppure solo “dentro” di noi. La realtà è data da quello che Yuval Harari definisce come “terzo livello di realtà”: quello intersoggettivo. Dai rapporti intersoggettivi e dai consessi interumani, che mettono al centro il “bene comune”, può scaturire quella “visione profetica”, che oggi ci manca. Probabilmente, attraverso Internet potrà sorgere una “rete intersoggettiva di significati accomunanti”, senza confini e oltre i nazionalismi, quale “coscienza biosferica”, capace di dettare il nuovo decalogo dell’evoluzione spirituale dell’umanità tutta.

In tal senso, la realtà è il parto della facoltà immaginativa, tramite il pensiero, che ne riesce a sviluppare l’intuizione, e la conseguente azione: che ne svolge l’ispirazione. Per questo, il senso della realtà è la dimensione etica che alimenta la vita personale, sociale, economica, politica e religiosa. E’ in tal senso che, con Kierkegaard, possiamo affermare che “la realtà è unione di possibilità e necessità”. Solo con la possibilità si possono aprire le porte della libertà e solo con la necessità si può entrare nella casa della responsabilità.

Per questo, tale problematica investe tutto il processo formativo, mettendo al centro la costituzione della stessa coscienza umana. Si tratta di rendersi consapevoli di quanto sia rilevante riconsiderare la funzione della dimensione poetica e il valore del pensiero filosofico, sino ad arrivare all’importanza della contemplazione, per riattivare quei canali di collegamento con la natura e con la spiritualità.


IV


Questo libro prospetta un importante excursus sulle domande essenziali sull’origine del pensiero e sul senso della verità, che partono dal pensiero degli antichi greci, per arrivare al mondo contemporaneo. Per questo, il dio greco non è un in sé e non si manifesta se non in una “situazione relazionale complessa”, data da un sistema complicato d’interdipendenze e da un contenuto specifico dell’immaginativo greco. Per tutto ciò “l’immaginativo è possibilità, nella sua potenzialità ma è anche attualità, nella sua necessità. E’ il fondamento di qualunque ente possibile”.

Ed è dalla capacità immaginativa dei Greci che Mircea Arman parte, risalendo a quel “canto poetico” attraverso il quale il mondo greco riuscì a rappresentare le azioni encomiabili ma anche quelle biasimevoli. Ci chiarisce, così, come la lode e la colpa siano collegate alla memoria (mnemosyne), mentre la verità (aletheia) sorge allorquando, facendo appello alla memoria, il poeta esalta le azioni piene di eroismo dei mortali o condanna quelle disonorevoli.

In questo modo, per mezzo della memoria, si ricrea la relazione dell’uomo col mondo, attraverso “l’immaginativo poetico aprioristico”. E oggi abbiamo bisogno di un nuovo immaginativo, di cui dovrebbe farsi carico una nuova leadership etica, che sappia sintonizzarsi sulla lunghezze d’onda di una impellente coscienza planetaria; il paragone è con ciò che il mondo greco fece con il senso mitico della rappresentazione del divino, nella quale l’essere umano poteva rispecchiarsi e ritrovarsi, per rispettare quelle leggi che accomunavano il divino e l’umano.

Per i Greci non c’era ancora il senso della individualità, come lo possiamo intendere oggi. “Le divinità parlavano a un noi collettivo, a una coscienza teologica – come ci spiega anche Jeremy Rifkin – in cui “un singolo Dio universale conduceva un dialogo con ciascun essere umano”. Non era ancora sorta la dimensione della “persona”, istituita dal Cristianesimo, né il concetto di “personalità”, frutto dell’epoca moderna.


V


Dovremmo considerare la necessità del sorgere di nuovi poeti, vati del nuovo umanesimo. Si tratta di voci di coscienza immaginative, capaci di evocare la verità del nostro essere al mondo, com’era naturale per i “poeti nella società arcaica”, con la funzione specifica di “maestri della verità”. Questi poeti dovrebbero sorgere dall’atteggiamento della contemplazione e dagli spazi della cooperazione. Questi poeti, presumibilmente, già ci sono. Devono solo far sentire la loro voce, che probabilmente è una voce evocativa, fatta anche d’immagini sonore, capaci di suscitare sensazioni, sentimenti e pensieri ispirati.

Così, la poesia è accoglienza, meditazione, contemplazione ed evocazione. Attraverso di essa viene evocato il trascendente, nei diversi livelli evolutivi in cui un uomo o una collettività venga a trovarsi. Avremo così l’evocazione delle sensazioni nel bambino, dei sentimenti nell’adolescente, dei pensieri nell’uomo maturo, della riflessione nell’uomo saggio, della compassione e della carità nell’uomo caritatevole. La poesia, in tale prospettiva, è conoscenza, attraverso i sensi e ispirazione degli atti etici.

Il senso poetico della vita cresce e si espande con i livelli evolutivi e gli stadi di maturazione. Perdere il senso poetico significa perdere il riferimento all’Essere, al fascino dell’esistenza, alla sensazione della trascendenza, al contatto col divino, a tutto ciò che può attribuire un senso all’esistenza. In questa prospettiva diventa fondamentale la possibilità di attribuzione di senso. L’uomo è quell’essere vivente che da senso al mondo.

Per questo, per l’Autore – seguendo in questo Heidegger – l’uomo è un “transcendens”, che percepisce questo suo essere nella poesia. Ed è attraverso la lingua che ciò può essere manifestato e rappresentato: “l’uomo vive, crea, distrugge, perisce e ritorna a quanto è eterno, solo tramite la lingua. La lingua è, dunque, il luogo dove abita l’uomo, quel qualcosa che sta a fondamento dell’esistenza umana, che le da senso e la fonda: l’esistenza”.

Sono i poeti – afferma l’Autore – che sono un dono dell’essere, perché trascendono le contingenze della vita, distaccandosi dalle ansie e preoccupazioni del quotidiano, per allargare l’orizzonte del possibile, con gli slanci dello spirito e gli afflati dell’anima. Da qui l’identità di verità ed essere, tale che ciò che è vero si disveli soltanto attraverso la vita, ossia attraverso l’esistenza coerente con i principi vitali cui si aderisce, validi universalmente e incarnati individualmente.


VI


Il mondo greco dell’età classica si ritrovava nelle comunità familiari e in quella della città-Stato, per poi, eventualmente, accomunarsi contro il comune nemico invasore. Il nostro mondo globalizzato deve accomunarsi per il bene di tutti gli abitanti del nostro pianeta, garantendo il benessere e la giustizia sociale per tutti, rispettando la natura e le culture, estendendo il diritto alla salute e all’istruzione a tutte le popolazioni, veicolato dal grande strumento della cooperazione intercontinentale. La stazione spaziale internazionale ne è un promettente e spettacolare esempio. I sistemi formativi devono poter aprirsi a questa dimensione. Questa l’attualizzazione dell’apertura e della presenza: “apertura” al mondo e “presenza” che connette il tempo, nella continuità rinnovatrice.

Tutto ciò richiede il ridefinirsi di una “grande visione”, che vada oltre le diverse concezioni del mondo, tutte limitate a livello culturale, economico e politico. A questo deve poter puntare una filosofia della speranza e della solidarietà universale. Va superato lo “spirito di separazione”, generatore di conflitti, smania di successo, di supremazia e di cieca avidità, – come ci indica anche Jiddu Krishnamurti – e come ci spiega Yuval Noah Harari, con l’attribuire al genere umano la particolare e unica capacità di “cooperare in modo flessibile su larga scala”.

E’ necessaria una nuova visione: una visione evolutiva, basata sulla basilare legge delle “unità collettive”, che spiega il necessario passaggio dalle piccole comunità sino a quella mondiale, costruita attraverso il “metodo della collaborazione fraterna”, altruista e unitario, come ci presenta Pietro Ubaldi. In tale prospettiva, una visione è sempre una “visione d’insieme”: una visione interiore, organica nei suoi principi, che si può comprendere solo avvertendola dentro e vivendola nel quotidiano. Questo richiede il senso dell’essere e della verità. Questo diventa possibile, ricollegandosi con l’immaginativo poetico aprioristico.


VII


Quello che Mircia Arman intende prospettarci, con questa dettagliata e articolata disamina storica, non è la prospettiva di un contingente sentimentalismo. L’immaginativo poetico è un atto intuitivo di conoscenza, operato da quella intelligenza attiva, delineata da Aristotele e da quel Esserci descritto da Heidegger.

Per questo, il conoscere essenziale si rapporta all’esistenza e si sviluppa attraverso l’etica. Per questo, il culmine della soggettività è la passione. Ed è in tal senso che l’interiorità diventa la trasparenza del pensiero nell’esistenza, che si può comunicare solo indirettamente. E’ in tal senso che Arman, collegandosi a Heidegger, sostiene che “la testimonianza non significa un’espressione, che si aggiunge successivamente al suo essere umano, accompagnandolo marginalmente ma costituisce una parte costitutiva del Esserci dell’uomo”.

I nuovi poeti vivranno nella consapevolezza planetaria, tale da rendersi conto che costituisce una “morale utilitaria”, quella che fa prevenire le guerre e i disastri ecologici di vario tipo e ci fa rendere conto che, se facciamo del male agli altri, alla fine, per la “legge del ritorno”, ci ritorna indietro addosso, negativamente. Sviluppo ed evoluzione ci possono essere e regolare la nostra storia umana, se riusciamo a superare le miopi logiche del risentimento e della rivalsa, istituendo quelle della comprensione reciproca e della solidarietà preventiva.

Questo il nuovo “immaginativo razionale aprioristico”, capace di rendere agente un’umanità ormai consapevole del bene comune di questa Terra, che ci sostenta, meraviglia, ispira e edifica.

Per questo, Mircea Arman ci parla di “presenza”, che si situa nell’adesso. Vivendo nell’adesso - che non è l’immediatezza della momentaneità ma la continuità della progettualità – il futuro si fa continuazione e il passato diventa ispirazione, al di là dei superati schemi oppositivi di conservazione/innovazione.

Da tutto ciò il valore dello strumento della filosofia e del mezzo edificante della contemplazione. Si tratta della filosofia come saggezza e della contemplazione come apprezzamento e consapevolezza del nostro essere al mondo, del nostro “esserci”, con tutta la necessaria condivisione e corresponsabilità che ne consegue.

VIII


Mircea Arman ci avverte che “il mondo ha perduto la fede in un’idea capace di guidarlo e governarlo. Da qui lo smarrimento e la mancanza di fondamento dell’esistenza umana; l’essere si è smarrito”. Da qui il bisogno di dover recuperare ciò che, alle sue origini, ha rappresentato il pensiero filosofico. Per questo, L’Autore riparte dai poeti e filosofi greci, per arrivare a Heidegger, Hőlderlin, Rilke, risalendo sino a Dante Alighieri, nell’intento di recuperare quell’immaginativo poetico, come facoltà aprioristica dell’intelletto, tramite la quale si rende possibile l’istituirsi di mondi diversi, in quanto mondi possibili, intellegibili, razionali, etici.

In tale prospettiva, può trasparire la “presenza”, come una continua nascita e morte, come la quarta forma del tempo, assieme al presente, passato e futuro. Si tratta della dimensione dell’adesso, come contemporaneità dell’essere attraverso l’esistere. In questa prospettiva Dante è visto come il primo poeta moderno che, come gli antichi, riscopre la via autentica della poesia e il ruolo profetico del poeta.

Arman, per questo, ci descrive, in questo libro, come la cultura e la civiltà occidentale si siano evolute, nel cammino che divide l’intelletto umano dalla realtà e permette all’immaginativo, che è soggettività pura, di vederla come tramite una lente capovolta. Ci fa capire come, diversamente da quella occidentale, le mentalità primitive cinesi e indù siano rimaste vicine alla realtà, anche se, ai suoi albori, la civiltà europea non si distingueva tanto dal contesto generale delle mentalità primitive e del loro concetto a specchio: il concetto percepito quale Verità.


IX


Oggi serve un orizzonte di senso ampio, a tutto tondo, che comprenda tutti gli esseri viventi della nostra biosfera. Si tratta di un grande visione dell’immaginativo poetico aprioristico razionale, per riuscire ad avere ancora una visione dell’avvenire, vivendone la propulsiva presenza in una quotidianità fattiva, agente e contemplante.

Da qui il valore della contemplazione, attraverso la quale “l’intelletto attivo guarda l’oggetto conosciuto, fondendosi in esso”. Pensiamo solo al nostro contemplare le stelle d’estate o all’avvertire il vento venire da lontano e andare lontano o al sorgere del sole, nella consapevolezza che lo fa in ogni territorio e per tutta l’umanità. Da questa percezione immaginativa può sorgere e svilupparsi la nostra, oggi imprescindibile, coscienza planetaria.

Tale contemplazione deriva dallo sguardo poetico sulla vita e da ciò che Aristotele, nell’Etica nicomachea (X,8,9), delinea come il massimo della felicità, consistente nell’esercitare l’intelletto, avendone cura. Effetto è trarne, in tal modo, una “felicità perfetta”, a somiglianza di quella degli dèi, dato che “l’attività di Dio, la quale eccelle per beatitudine, è l’attività contemplativa”.


X


Risalire, per tutto ciò, all’immaginativo greco ci può servire per la grande “apertura” al mondo. Senza un’ampia contemplazione non potrà essere messa in moto una proficua azione. Questo è il compito di nuovi filosofi, di visionari planetari, perché di una visione planetaria abbiamo bisogno, oggi. Scienza e tecnica possono essere iscritte solo all’interno di quest’orizzonte di senso ampio e lungimirante. Per questo, l’intelligenza artificiale deve poter essere effetto di una visione contemplativa della nuova umanità. In tal senso, Mircea Arman attribuisce alla filosofia la caratteristica di “una tensione ricercatrice di quel che esiste nell’essere”.

E’ in tale prospettiva che la filosofia – definita da Aristotele come la “scienza della verità” – ci permette di riflettere sulla domanda essenziale del nostro essere al mondo. La verità non è un oggetto di conoscenza. Ciò che possiamo prendere in esame, quale espressione di vita, riguarda il certo e non il vero.

Il certo è ciò che possiamo accertare, verificandone la presenza nello spazio e nel tempo, potendone valutare il valore. Il certo è raffrontabile e confrontabile. Il certo è sempre sotto verifica sociale e fenomenica. Il certo è l’oggetto del “pensiero calcolatore”, di cui ci parla Arman.

Il vero, invece, riguarda ciò che solo nell’interiorità può essere riscontrato e convalidato, quale percorso di vita, maturazione esistenziale e relazione di senso. Per questo, Kierkegaard afferma che “mentre per la riflessione oggettiva la verità diventa qualcosa di oggettivo, un oggetto, per cui si tratta di vederlo separato dal soggetto; per la riflessione soggettiva, invece, la verità diventa appropriazione, interiorità, soggettività e si tratta, per l’appunto, di approfondirsi esistendo nella soggettività”.


XI


In linea con le considerazioni di Heidegger, per Mircea Arman va recuperato il fondamentale riferimento della filosofia alla morte, come ultimo termine della nostra destinazione e noi sappiamo bene, con Feuerbach, che “l’uomo vive finché la sua destinazione è ancora destinazione”.

In tal senso, la verità è una via da percorrere esistenzialmente, nella consapevolezza del fine della morte e del dover vivere nella sua consapevolezza, autenticamente, con coraggio. Per questo, l’Autore sostiene che la lingua può anche rappresentare “la minaccia dell’essere da parte dell’esistere”, nelle varie forme del travisare, del fraintendere o della menzogna, della maldicenza, dell’esercizio retorico o della diffamazione.

Grazie alla lingua, tutte le scoperte scientifiche importanti hanno fatto emergere, dal nulla, l’esistenza, rendendo possibili cose che fino a un certo momento non esistevano. Per questo è importante la distinzione fra il pensiero “dianoetico”, collegato all’intelletto passivo e un altro, quello “noetico”, collegato all’intelletto attivo. Il primo tipo di pensiero si sviluppa in modo progressivo, per analisi; il secondo tipo, invece, è istantaneo: avviene per contemplazione, collegato al fenomeno della “mania”. Da qui tutte le arti e tutte le scienze.

Mircea Arman ci chiarisce come ciò che intendiamo per “anamnesis” ha il senso di cercare la verità nell’interiorità, di ritrovare il posto perduto, di ritornare a uno stato reale, partendo da uno potenziale, di conoscere senza dover ricordare, conoscenza che si trova sempre in atto. L’Autore spiega, per l’appunto, in questo testo, la distinzione tra filosofia della verità, quale Aletheia, e quella che vede la verità, quale anamnesis, passando, così, dalla verità oracolare-rivelativa dei “maestri della verità” a quella dei “pensatori sistematici.


XII


Da tutte queste considerazioni, l’Autore ci aiuta a comprendere come la filosofia greca non sia stata solo un semplice inizio, ma abbia rappresentato anche una fine; persino Platone e Aristotele erano coscienti che gli Antichi sapevano di più, erano più vicini alla sophia, vissuta e manifestata come “un modo privilegiato di dire” (l’onniscienza), che era ad appannaggio delle Muse. Forse, dovremmo ritornare al tempio di Apollo, per ritrovare nell’ispirazione delle Muse quella saggezza perduta, scomparsa nella frammentarietà delle conoscenze e nella miriade nei nostri desideri, indotti da un mondo dell’immagine e dell’apparenza. Non a caso, nei nativi digitali la smania del movimento e l’attrattiva della musica stanno determinando una predominante cultura acustico-visiva – già, di fatto, preconizzata da Marshall McLuhan –imperante nei social, sospinta da una cultura mass-midiale.

Mircea Arman, con questo suo libro, ci richiama alla necessità della comprensione dell’essenza dell’Essere, quale Verità e del valore del “sé”, come piena realizzazione dell’essere umano. In tutto ciò va vista la completa formazione umana. Ritornare ai primordi della filosofia non è solo ritornare alle origini del nostro modo di pensare e di essere ma ritrovarsi come umanità, che unisce conoscenza e esistenza, storia e etica, immanenza e trascendenza.


Viene, anche per questo, posto il problema del mondo virtuale, edificato sull’intelligenza artificiale, con tutto ciò che implica come effetti nella relazione io-altro. L’Autore, a tale riguardo, parla di una doppia mediazione che il mondo artificiale opera per mezzo delle macchine e dell’intelligenza artificiale, che permettono una comunicazione dell’informazione quasi istantanea e universale.

Le considerazioni di Arman, su tale aspetto, puntano a farci riflettere su come l’immaginativo artificiale tenda a occupare lo spazio e a corrompere il cosiddetto immaginativo naturale, per poi sostituirlo. Ciò che, forse, stiamo perdendo è la relazione dell’universale al particolare. Così le virtù umane rischiano di smarrire il loro riferimento di valore trascendente, rapportandosi solo alla società e agli altri e non più alla Verità. Da qui, la necessità del recupero della filosofia, da intendersi non come puro e semplice “pensiero calcolatore” ma come “theoria della verità”.


Gaetano Mollo


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